Carta ingiallita, foto sbiadite.

Apro cassetti e trovo cartoline dimenticate dei tempi di scuola. Apro i cassetti e ritrovo foto che non vorrei più vedere. Apro cassetti e lettere scritte su carta ormai ingiallita risvegliano i miei ricordi.

Tra 20 anni continuerò ad aprire cassetti e troverò ancora le stesse cartoline, lettere e foto. Non ci sarà niente di nuovo, i ricordi digitali non vivono nei cassetti.

Oggi i nostri pensieri hanno preso una forma diversa. Scriviamo forse più di prima, è diventato più facile ed immediato. Mail, sms e whatsapp hanno sostituito lettere e confessioni. Messaggi brevi, brevissimi, c’è più di qualcuno che ha costruito della brevità un business, a discapito dei contenuti. Foto come se piovesse, molte oramai le facciamo a noi stessi, troppe, più importanti dei momenti che viviamo e dei panorami che ammiriamo. Foto che fin dalla nascita hanno la vita segnata, sepolte dalle migliaia tutte uguali che vengono riversate sui social. Dalle stories che dopo 24 ore non lasceranno più nessuna traccia. Foto che probabilmente non vedremo mai più perché ricordarsi di fare un backup è una cosa da nerd o che può aspettare. Scriviamo anche tutti i giorni, su Facebook, scriviamo quello che vorremmo essere ma non quello che siamo veramente. Non importa, anche questi ricordi verranno sepolti.

Chi ha avuto la fortuna di ritrovare ricordi dei nonni, loro avevano sì molte storie da raccontare, hanno trovato un tesoro. Ancora oggi abbiamo ancora da imparare dalle tracce lasciate dai nostri antenati. Ma come sarà per le prossime generazioni? Tutti questi ricordi chiusi dentro cassaforti digitali criptate, protette da password “inviolabili” e da regole sempre più restrittive sulla privacy. Perdi il telefono e si può cancellare tutto da un’app a distanza. Perdevi il tuo blocco di carta e qualcuno poteva scoprire un’autore nascosto o almeno qualche storia, qualche schizzo interessanti. Alla peggio bizzarri.

Cosa sarà dei nostri ricordi, della carta ingiallita, delle foto sbiadite e della storia del nostro passaggio su questa terra?

I Ghighi

Alcuni animali si sono estinti milioni di anni fa, altri sono a rischio ai giorni nostri, pochi invece sono nati solo di recente e nella loro evoluzione stanno diventando sempre più grandi e direi invadenti.

Voi non li conoscete ancora eppure sono sicuro che ognuno di voi li abbia già incontrati nella propria vita, sto parlando dei Ghighi

Prima erano piccoli piccoli, poco più grandi di pulci, quasi invisibili e poco presenti nelle nostre vite ma poi hanno trovato il giusto nutrimento e si sono moltiplicati senza che ce ne rendessimo conto. Chi ha avuto modo di conoscerli se ne trova 5, 10, 20 o 30 senza neanche essersene reso conto.

I Ghighi non occupano spazio e non hanno bisogno né della sabbietta né dell’uscita serale per fare i propri bisogni, sembra non ci diano molte preoccupazioni ma rischiano di porre fine alla loro vita tutti i mesi.

Questi esserini carini però si nutrono del nostro tempo, delle nostre relazioni, della nostra creatività. Sì, perché per poterli sfamare, dedicarci a loro ed averne sempre di più noi siamo costretti a rinunciare a queste cose, alle nostre cose.

La prossima volta che usate il cellulare fateci caso. I vostri Ghighi, tutti quanti, abitano proprio li dentro e sono invisibili.

Un giorno in attesa

Agosto è ancora oggi periodo di ferie, cambiano tante cose ma ad Agosto da noi ci si ferma e chi resta deve cambiare un po’ le sue abitudini. Il bar dove di solito fai colazione ha le serrande abbassate. Il tuo panettiere preferito, quello con la pizza buona che ti ricorda di quando eri bambino, è a Creta a godersi gli aperitivi in piscina. Anche il servizio di prenotazione del medico è sospeso e se hai bisogno c’è una sola opzione, devi affrontare la sala d’attesa.

Lunedì, medico in studio fino alle 19. Riesco ad andarci dopo l’ufficio cercando di arrivare abbastanza presto e le 5 del pomeriggio mi sembrano una buona posizione per le lancette dell’orologio.

Arrivare all’ingresso è facile, arrivare in sala d’aspetto è un po’ più complicato. Medici, Polizia Municipale ed uffici comunali sono tutti nella stessa palazzina ed è più facile perdersi che ricordarsi tutte le svolte da fare nei corridoi. Le indicazioni le ha sicuramente messe qualcuno che ha sempre goduto di ottima salute, non c’è altra spiegazione.

Come d’abitudine arrivo e chiedo chi è in attesa per il mio medico “Qualcuno per Mezzasalma?” (sì, il mio medico si chiama così, niente da ridere). Domanda superflua, dalle facce sorprese capisco immediatamente che oggi è l’unico a visitare. I presenti capiscono subito che sono un principiante e mi rispondono con cortesia. Ultima si fa subito riconoscere. “Chi è l’ultima?” “Io!” Risponde lei alzando la mano come se fosse l’appello scolastico, Ultima deve essere il suo nome. Strano che ci sia sia sempre qualcuno in sala che si chiama così.

Ultima è anche l’unica persona seduta nella fila di sedie a sinistra dell’ingresso, sembra che i pazienti si siano messi in ordine di arrivo invece che spargersi in ordine casuale per la stanza. I primi arrivati a destra, poi qualcuno ad occupare il lato corto della stanza e poi noi, gli ultimi, a prendere possesso della fila di sinistra. Meglio, così è tutto più facile da ricordare.

Ci sono due coppie, un uomo solo con il cappello di paglia e la signora Ultima con la sua borsa arcobaleno fatta con le zip. Sulla porta un cartello che dice “Vietato usare il cellulare in sala d’aspetto”. Metto il mio in tasca e resto ad osservare la gente.

Più a sinistra di tutti c’è una coppia di quelle “Noi siamo insieme” che nei fatti però coppia non sembrava, tra di loro c’erano due sedie vuote. Lui ben tenuto, sulla sessantina ed oltre e vestito come se fosse appena tornato da Saint Tropez. Abbronzatissimo, capelli bianchi di quel bianco che non trovo aggettivi appropriati per descriverli ma tagliati sicuramente da un architetto. Pantaloni gialli a sigaretta di un tessuto leggero che nella trama ricordavano una soffitto a cassettoni, un soffitto fitto fitto di cassettoni. Lei decisamente più sobria, meno abbronzata, meno griffata e nessun incontro con un architetto, almeno non per i capelli. Forse le due sedie di distanza non sono un caso. Lui distratto dal cellulare, lei curiosa annoiata la stanza. Reperto cellulare numero 1.

La seconda coppia era sicuramente meno folcloristica, una mamma, di quelle con qualche acciacco ma che si tiene su perché lei nella vita ne già ha viste tante, forse troppe e la figlia che probabilmente ha avuto una vita molto più tranquilla. Una orgogliosamente in piedi, l’altra comodamente seduta.

Sul lato corto della stanza l’uomo con il cappello di paglia. Stile Panama. Pallido, glabro, lucido come se fosse di porcellana. Mi piace ricordarlo con una camicia hawaiana e quei pantaloni leggeri da trekking che si possono accorciare e farli diventare di lunghezze diverse. Sandali comodi. A parte la stampella ed una garza intorno al gomito, come per coprire una ferita, sembrava una persona serena.

Ultima era ancora meno interessata all’ambiente che la coppia anonima. Già, perché lei era alle prese con il suo cellulare dalla custodia rosa, di quelle fatte a libro che chiudono e proteggono il bene prezioso. Reperto cellulare numero 2.

Poi ci sono io, quello spaesato che non sa cosa fare. Arrivato dall’ufficio pensando di essere uno dei pochi ed invece ritrovarsi in attesa con una squadra di probabili pensionati a cui però piace usare il tempo come se lavorassero. Nonostante il divieto di usare il telefono inizio a leggere un po’ del mio libro, al ritmo attuale di tre pagine al giorno lo finirò in 6 mesi, meglio portarsi avanti di qualche riga. Mi stufo in fretta e chiudo, più per noia che per rispetto altrui. Mi fiondo sulle riviste. Poche. Super EVA, Chi, Trucco Facile e Donna Moderna. Vedo che la cultura la fa da padrone da queste parti, poi son tutte riviste femminili, ne sfoglio in fretta due e smetto. Che noia, è già passata mezz’ora.

Ogni tanto entra un ospite, ha l’appuntamento dall’urologo che però deve ancora arrivare. Si mette a parlare con l’uomo con il cappello di paglia. Penso si conoscano da almeno quarant’anni e parlano un po’ di lavoro e di quand’erano giovani. Tutto rigorosamente in piemontese. Bene, così ripasso visto che ultimamente la pratica scarseggia. Al momento di congedarsi non si fa mancare il “Ti ricordi di Gino? Gli è preso un infarto 10 giorni fa e non c’è più.”. Ho sempre trovato curioso questo fare delle persone anziane che quasi per scaramanzia parlano degli amici caduti proprio al momento di salutarsi. L’uomo cappello non mi è sembrato gradire. Almeno l’ospite era divertente e raccontava i suoi aneddoti all’amico. Fu fermato dai carabinieri ed alla verifica della patente gli fecero notare che la foto era di lui da giovane “Beh, sì, avrò avuto 18 anni.” rispose scherzando. Peccato che la moglie avesse sostituito la sua foto con un ritaglio di Michael Jackson e lui non se ne fosse accorto.

Con molta lentezza, la seconda coppia va in visita dal nostro medico.

Persone vanno e vengono, arriva un uomo, grande e grosso, con se un casco tutto nero. Non fa in tempo a sedersi che gli suona il telefono, sfoderando una suoneria che poteva sentirla anche tenendo il casco in test. Io faccio una salto da campioni sulla sedia. “Scusate”, dice mesto, ma tanto poi risponde e resta in sala. Almeno per un po’. Reperto cellulare numero 3.

Arriva anche lo sportivo. Sportivo maturo direi, molto. Polo rosa sgargiante con il colletto inamidato e tirato su, bermuda sportivi ed occhiali top gun. Un settantenne brillante accompagnato dalla sua borsa di Dechatlon. Sarà andato a giocare a tennis o beach volley, penso io. No, dalla borsa in realtà spuntano solamente bustoni di carta, di quelli che si usano per conservare i referti medici e le radiografie. Sportivamente malconcio direi.

Uno dopo l’altro lasciano tutti la sala d’attesa, io non sono neanche più l’ultimo in attesa. Tutti a colloquio con il dottore e poi via, a preparare la cena o ad una sagra di paese, sono tutte adesso.

Finalmente tocca a me. Sono passate quasi due ore e non ho ancora pensato a come esporgli il mio problema. Improvviserò!

Salite e discese

Quando vai in bici molti pensano che la salita sia la parte più difficile (forse quelli che non ci hanno mai provato), invece tu ci prendi gusto. La salita è la sfida con te stesso e sai che alla fine ci sarà sempre una doppia ricompensa.

La prima è la discesa, ti farà dimenticare della fatica fatta e ti farà godere del vento addosso e dell’adrenalina della velocità.

La seconda, la più importante, è la soddisfazione di aver vinto un’altra sfida con te stesso, una sfida da cui non sei scappato e che ti dà coraggio per affrontare la prossima.

Ecco, la mia vita adesso è come andare in bici in pianura, facile ma non troppo e senza ricompense.

Immagini e parole

Stasera ero in pizzeria, frigo vuoto e pizzeria vicino a casa non mi hanno lasciato dubbi su come affrontare la cena. Al tavolo vicino a me una famiglia, genitori ed un ragazzo adolescente. Lui costantemente con il telefono davanti al viso. Loro no. Per rispondere ad una domanda vedo che il ragazzo fa vedere qualcosa sul cellulare ai genitori. Non prova neanche a descriverlo, glielo fa vedere con una foto. Più rapido e puntuale, ormai Google ci toglie le parole di bocca e ci fa parlare per immagini.

Quando l’equipaggio della missione Apollo 8 (era il ‘68 ed era la prima missione con esseri umani a bordo a volare intorno alla luna) ha iniziato a vedere cose che nessun altro aveva mai visto prima, ad esempio il nostro pianeta nella sua tonda interezza ed il nostro satellite preferito da vicino, hanno iniziato a scattare delle foto. Dal centro di controllo però è arrivata richiesta di raccontare a voce quello che vedevano, le foto non potranno mai raccontare da sole un evento così importante ed irripetibile. “Se potete, descrivete ogni cosa nei minimi particolari, al modo dei poeti.” è stato chiesto agli astronauti dalla Terra. Ognuno di loro ha espresso a parole quello che vedeva, parole con significati molto più ricchi di quelli che una pellicola da sola può contenere.

Il ragazzo voleva solo far vedere un taglio di capelli che gli sarebbe piaciuto farsi, non doveva certo descrivere per primo un mondo sconosciuto.

Quando sarà necessario, saremo ancora capaci di usare le parole?

Buonanotte.

Un giro in città

Dove vado, dove non vado, cosa faccio, cosa non faccio e poi mi ritrovo a Torino. Ho bisogno di stare in mezzo alla gente, alle persone, ad esseri viventi. Non la solita strada per andare in centro, oggi c’è la maratona e le strade per il centro potrebbero essere chiuse. Non ho voglia di controllare. Via Cigna, la gialla Gondrand è ancora lì, pensavo fosse andata a fuoco un po’ di tempo fa. Meglio così. Corso Novara e la sua nuova e grande, enorme, rotonda ed il nuovo corso Principe Oddone con i suoi spazi aperti ed i lampioni bianchi fino alla stazione di Porta Susa. Sembra manchi un pezzo di città. Non è la Torino che conosco. Parcheggio sotto al grattacielo San Paolo. Un parallelepipedo bianco che nel suo piccolo fa le fusa alle nuvole. Scendo nella stazione di Porta Susa. Così moderna che mi sembra un aragosta fatta di vetro ed acciaio. Scopro che è tutta ricoperta di pannelli solari, ma solo perché c’è un pannello che indica l’energia elettrica prodotta dalla stazione. Poca gente, tanti immigrati. Non mi danno fastidio ma mi fanno strano. O meglio, mi fa strano vedere pochi indigeni. Dove sono? La stazione vecchia è ormai abbandonata, ci avevano messo una sorta di mercato alimentare gourmet ma è durato veramente poco. Chissà che fine farà, è un peccato lasciare un pezzo di storia della città all’abbandono, anche se non è chissà che capolavoro di architettura. Mi muovo, iniziano i portici, ma quanti portici ci sono a Torino! Tolgono un po’ di luce ma almeno quando piove si può passeggiare senza bagnarsi. Oggi però c’è il sole. È fine Ottobre ma il clima è primaverile. Inquinamento da polveri sottili a livello delle megalopoli cinesi e le valli piemontesi che vanno a fuoco causa siccità, ma un normale pedone cittadino di queste cose non si accorge. Con me ho la macchina fotografica ma resta chiusa nella custodia. Verrà il momento anche per lei, per ora si gode la passeggiata. Vedo molte persone che hanno finito la maratona, con i loro strani calzettoni massaggia polpacci. Se penso che qualcuno si sveglia la domenica mattina per andare a correre 40 chilometri mi prende male. Per loro. 40 chilometri sono un’eternità! Nel percorso dalla stazione a Piazza Castello mi ritrovo a pensare alla mia casa. Come sarebbe tornare a vivere in città? Ci sono nato e cresciuto ma sono ormai dieci anni che non ci vivo più. La città, gli stimoli sono tanti, il solo fatto di essere lì a passeggiare mi riempie di molteplici input. Occhi curiosi hanno tanto da vedere. Persone di tutte le età, tutti i colori e tutte le lingue riempiono le vie e le piazze della città. Palazzi antichi, palazzi moderni e palazzi adolescenti dall’età indefinibile. Il mio naso è volto all’insù a guardare balconi e finestre dalle fattezze più diverse. Dev’essere bello vivere in città. Ma so già che non tornerò. Troppa paura dei cambiamenti, troppo cara la vita rispetto a dove sono adesso e troppo lontano dal lavoro, non ho voglia di perdere 2 ore al giorno del mio tempo chiuso in macchina per andare e tornare dal lavoro. La città poi non è il centro sempre pieno di vita, la città può essere noiosa come il paese dormitorio dove vivo adesso. Oggi però me la godo come se fosse la prima volta che la vedo. Entro ed esco dai negozi. Via Roma praticamente è diventata pedonale, questo è bene, ma ha anche perso parte del suo fascino. Sembra sia stata svenduta ai grandi marchi globalizzati. Gli stessi in tutte le città del mondo. Pessimo. Resta qualche caffè storico ma non so se avrà ancora vita lunga, mi aspetto da un giorno all’altro di vedere un negozio di custodie per cellulari al loro posto. Sono già riusciti a mettere un Decathlon dove prima c’era un albergo proprio di fronte a Porta Nuova. Non mi stupisco più di niente. Mi stupisco però delle persone. Delle ragazze vestite con stivali alti e calze al ginocchio indossare gonne corte ma con lunghi soprabiti. Occhiali che sembrano schermi televisivi. Coppie che limonano in mezzo alla strada. Cani tirati a lucido dall’estetista ma che poi cagano in giro come i bastardini più trasandati e sfortunati. Mi sorprende l’umanità variegata come una busta mista di orsetti di gomma. Io di solito vedo solo girelle di liquirizia. Sono già fortunato a vederne qualcuna. Ragazze tante, tantissime, non ci sono abituato. Mi innamoro ogni trenta passi, a volte anche più di una volta. Ma guardo solo, non è ancora il momento per l’amore. Sono alla perenne ricerca di me stesso e non posso distrarmi. Via Garibaldi è un bagno di folla. Il pranzo domenicale è finito e si son tutti riversati in centro. Librerie chiuse. Non esistono più. Come si fa ad appassionarsi alla lettura se non si vedono più libri in giro? È tutto liquido oggi, con la musica però è più facile. Ci sono le radio, la televisione, i reality show che di musica ne fanno sentire tanta. Anche se non puoi più prendere in mano un cd, o almeno, non è più facile trovarne, la musica è ancora tra di noi. I libri meno, molto meno. Devi già andarli a cercare e poi molte delle librerie moderne sono anonime, insipide. Ricordo quando ci si andava per comprare i libri di scuola, quelli delle superiori, che non potevi trovare ovunque. Scaffali di legno, straripanti di libri di ogni foggia e dimensione. Il reparto scuola, forse creato apposta all’inizio di Settembre per essere pronti all’assalto degli studenti, al piano di sotto, un misto tra un magazzino ed una sagra di paese con il banchetto per gli ordini. Non so dove oggi si comprino i libri di scuola. Non ne ho più avuto bisogno, ma sono curioso per definizione. Magari internet riesce a procurare anche quello. Apri il browser, metti i titoli, li metti nel carrello e ti arrivano direttamente a casa. Ma la poesia dov’è finita? Andare con gli amici o alla peggio i genitori a fare gli acquisti. No, questi si fanno da soli. Tu, il web e la carta di credito. In verità abbiamo smaterializzato anche la carta di credito, basta pagare con PayPal ed anche i soldi sono virtuali. Tutto, quasi, si riesce a fare con un computer ed una connessione internet. C’è anche chi ci conosce persone e ci fa sesso. Io non sono ancora arrivato a tanto anche se passo quasi tutta la mia vita con davanti a me uno schermo ed una tastiera. Eppure a me piacciono le emozioni forti, materiali. Mi piacciono gli odori, il vento addosso, il suono profondo dei bassi che pompano fin dentro al petto ed il ruggire dei motori. Forse qualcosa di questo si può anche simulare con il computer. I simulatori d’auto per un po’ mi hanno fatto passare serate (e notti) piene di adrenalina. Se riesci ad estraniarti dall’ambiente, non è poi così difficile, il tuo cervello può farti credere che stai guidando veramente una macchina da corsa. La fedeltà dei circuiti è massima e le sensazioni al volante molto credibili. Sì, per molte ore ho barattato la vita reale con una simulazione. Mancava il puzzo d’olio ed il calore dell’albero di trasmissione in abitacolo ma il resto era molto simile.

Ho vagato così tanto che adesso ci vorrebbe una sigla di chiusura per chiudere il pezzo perché con le parole non mi riesce. Magari si potesse allegare una canzone! Una canzone adatta per ogni sezione dello scritto, almeno quando il testo si fa abbastanza lungo. Non devi farla partire. Una colonna sonora che ti accompagna durante la lettura, una colonna sonora decisa dall’autore e non dal lettore, sarebbe interessante. Certo ognuno legge alla sua velocità e non si avrebbe lo stesso effetto che ha la musica nel cinema, ma io mentre scrivo mi sento più ispirato se c’è una colonna sonora, perché non dovrei esserlo mentre leggo? Secondo me il libro di Trainspotting con la colonna sonora del film di sottofondo sarebbe grandioso. Immagino che a chi piace leggere piaccia farlo in silenzio, io per abitudine però faccio spesso due cose insieme. È un “trucco” per placare la mia ansia di dover stare fermo e concentrato su qualcosa.

Buonanotte.

Vai sull’orlo del dirupo e salta. Mentre cadi scoprirai come costruire le tue ali.

Ray Bradbury

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