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Io, ‘mbuto

Avete presente no, l’imbuto. Quell’attrezzo / utensile fatto solitamente di plastica, più raramente di metallo (è un po’ che non ne vedo uno così) ma anche di vetro.

Due tronchi di cono sovrapposti. Uno più grande sopra, per ricevere, uno più piccolo sotto per scaricare. Solitamente si usa per trasferire liquidi da un contenitore all’altro. Versi nella parte grande e lui scarica nell’altro contenitore, che io mi immagino più piccolo, quello che volete. Solitamente senza sporcarvi. Troppo.

Non mi ricordavo che anche un personaggio del mago di Oz se ne andava in giro con un imbuto in testa, l’uomo di latta era.

Invece non sapevo che nell’antichità l’imbuto rovesciato era rappresentazione di follia. Per fortuna c’è Wikipedia. Non sapevo molte cose ma avevo questo “imbuto” in testa da qualche giorno.

Sì, fin qui l’imbuto funziona a meraviglia. Neanche una goccia vi è caduta addosso. Avete mai provato ad esagerare e versare più liquido di quanto il poveretto ne riesca a smaltire? Sì che conoscete l’esperienza. Magari con del buon vino o con della puzzolente benzina.

Quando ‘mbuto non ce la fa più non può farci niente, quello che è in più lo rigetta, lo butta fuori. O meglio, non lo accoglie, non lo fa entrare. Sta al liquido trovarsi un’altra strada.

L’imbuto, facile da indovinare, sono io. Non tutto io. Solo la mia testa. È come se durante la giornata, soprattutto al lavoro perchè ci sono molti più stimoli e richieste, io raccogliessi tutte le informazioni dall’ambiente e tutte le richieste che mi arrivano.

All’inizio è facile, entrano dal cono grande, escono da quello piccolo. Dopo solo qualche ora però le informazioni sono già troppe. Non riesco più a smaltirle. Ne entrano dieci, ne smaltisco due. Diciamo che ho una capacità per cinquanta poi inizio a sversare fuori.

Ah, no, non posso farlo. Allora non faccio più entrare niente per un po’. Chiudo l’ingresso. Chiudo l’imbuto. Alle 5 del pomeriggio resto in ascolto del mondo che mi circonda e che mi chiede cose per dieci minuti. Spento per cinquanta, e mi perdo dei gran pezzi per strada.

Divertente, forse, per un po’. Poi lo diventa meno. Sempre meno.

Avete per caso un imbuto più grosso da prestarmi?

Carta ingiallita, foto sbiadite.

Apro cassetti e trovo cartoline dimenticate dei tempi di scuola. Apro i cassetti e ritrovo foto che non vorrei più vedere. Apro cassetti e lettere scritte su carta ormai ingiallita risvegliano i miei ricordi.

Tra 20 anni continuerò ad aprire cassetti e troverò ancora le stesse cartoline, lettere e foto. Non ci sarà niente di nuovo, i ricordi digitali non vivono nei cassetti.

Oggi i nostri pensieri hanno preso una forma diversa. Scriviamo forse più di prima, è diventato più facile ed immediato. Mail, sms e whatsapp hanno sostituito lettere e confessioni. Messaggi brevi, brevissimi, c’è più di qualcuno che ha costruito della brevità un business, a discapito dei contenuti. Foto come se piovesse, molte oramai le facciamo a noi stessi, troppe, più importanti dei momenti che viviamo e dei panorami che ammiriamo. Foto che fin dalla nascita hanno la vita segnata, sepolte dalle migliaia tutte uguali che vengono riversate sui social. Dalle stories che dopo 24 ore non lasceranno più nessuna traccia. Foto che probabilmente non vedremo mai più perché ricordarsi di fare un backup è una cosa da nerd o che può aspettare. Scriviamo anche tutti i giorni, su Facebook, scriviamo quello che vorremmo essere ma non quello che siamo veramente. Non importa, anche questi ricordi verranno sepolti.

Chi ha avuto la fortuna di ritrovare ricordi dei nonni, loro avevano sì molte storie da raccontare, hanno trovato un tesoro. Ancora oggi abbiamo ancora da imparare dalle tracce lasciate dai nostri antenati. Ma come sarà per le prossime generazioni? Tutti questi ricordi chiusi dentro cassaforti digitali criptate, protette da password “inviolabili” e da regole sempre più restrittive sulla privacy. Perdi il telefono e si può cancellare tutto da un’app a distanza. Perdevi il tuo blocco di carta e qualcuno poteva scoprire un’autore nascosto o almeno qualche storia, qualche schizzo interessanti. Alla peggio bizzarri.

Cosa sarà dei nostri ricordi, della carta ingiallita, delle foto sbiadite e della storia del nostro passaggio su questa terra?

I Ghighi

Alcuni animali si sono estinti milioni di anni fa, altri sono a rischio ai giorni nostri, pochi invece sono nati solo di recente e nella loro evoluzione stanno diventando sempre più grandi e direi invadenti.

Voi non li conoscete ancora eppure sono sicuro che ognuno di voi li abbia già incontrati nella propria vita, sto parlando dei Ghighi

Prima erano piccoli piccoli, poco più grandi di pulci, quasi invisibili e poco presenti nelle nostre vite ma poi hanno trovato il giusto nutrimento e si sono moltiplicati senza che ce ne rendessimo conto. Chi ha avuto modo di conoscerli se ne trova 5, 10, 20 o 30 senza neanche essersene reso conto.

I Ghighi non occupano spazio e non hanno bisogno né della sabbietta né dell’uscita serale per fare i propri bisogni, sembra non ci diano molte preoccupazioni ma rischiano di porre fine alla loro vita tutti i mesi.

Questi esserini carini però si nutrono del nostro tempo, delle nostre relazioni, della nostra creatività. Sì, perché per poterli sfamare, dedicarci a loro ed averne sempre di più noi siamo costretti a rinunciare a queste cose, alle nostre cose.

La prossima volta che usate il cellulare fateci caso. I vostri Ghighi, tutti quanti, abitano proprio li dentro e sono invisibili.

Un giorno in attesa

Agosto è ancora oggi periodo di ferie, cambiano tante cose ma ad Agosto da noi ci si ferma e chi resta deve cambiare un po’ le sue abitudini. Il bar dove di solito fai colazione ha le serrande abbassate. Il tuo panettiere preferito, quello con la pizza buona che ti ricorda di quando eri bambino, è a Creta a godersi gli aperitivi in piscina. Anche il servizio di prenotazione del medico è sospeso e se hai bisogno c’è una sola opzione, devi affrontare la sala d’attesa.

Lunedì, medico in studio fino alle 19. Riesco ad andarci dopo l’ufficio cercando di arrivare abbastanza presto e le 5 del pomeriggio mi sembrano una buona posizione per le lancette dell’orologio.

Arrivare all’ingresso è facile, arrivare in sala d’aspetto è un po’ più complicato. Medici, Polizia Municipale ed uffici comunali sono tutti nella stessa palazzina ed è più facile perdersi che ricordarsi tutte le svolte da fare nei corridoi. Le indicazioni le ha sicuramente messe qualcuno che ha sempre goduto di ottima salute, non c’è altra spiegazione.

Come d’abitudine arrivo e chiedo chi è in attesa per il mio medico “Qualcuno per Mezzasalma?” (sì, il mio medico si chiama così, niente da ridere). Domanda superflua, dalle facce sorprese capisco immediatamente che oggi è l’unico a visitare. I presenti capiscono subito che sono un principiante e mi rispondono con cortesia. Ultima si fa subito riconoscere. “Chi è l’ultima?” “Io!” Risponde lei alzando la mano come se fosse l’appello scolastico, Ultima deve essere il suo nome. Strano che ci sia sia sempre qualcuno in sala che si chiama così.

Ultima è anche l’unica persona seduta nella fila di sedie a sinistra dell’ingresso, sembra che i pazienti si siano messi in ordine di arrivo invece che spargersi in ordine casuale per la stanza. I primi arrivati a destra, poi qualcuno ad occupare il lato corto della stanza e poi noi, gli ultimi, a prendere possesso della fila di sinistra. Meglio, così è tutto più facile da ricordare.

Ci sono due coppie, un uomo solo con il cappello di paglia e la signora Ultima con la sua borsa arcobaleno fatta con le zip. Sulla porta un cartello che dice “Vietato usare il cellulare in sala d’aspetto”. Metto il mio in tasca e resto ad osservare la gente.

Più a sinistra di tutti c’è una coppia di quelle “Noi siamo insieme” che nei fatti però coppia non sembrava, tra di loro c’erano due sedie vuote. Lui ben tenuto, sulla sessantina ed oltre e vestito come se fosse appena tornato da Saint Tropez. Abbronzatissimo, capelli bianchi di quel bianco che non trovo aggettivi appropriati per descriverli ma tagliati sicuramente da un architetto. Pantaloni gialli a sigaretta di un tessuto leggero che nella trama ricordavano una soffitto a cassettoni, un soffitto fitto fitto di cassettoni. Lei decisamente più sobria, meno abbronzata, meno griffata e nessun incontro con un architetto, almeno non per i capelli. Forse le due sedie di distanza non sono un caso. Lui distratto dal cellulare, lei curiosa annoiata la stanza. Reperto cellulare numero 1.

La seconda coppia era sicuramente meno folcloristica, una mamma, di quelle con qualche acciacco ma che si tiene su perché lei nella vita ne già ha viste tante, forse troppe e la figlia che probabilmente ha avuto una vita molto più tranquilla. Una orgogliosamente in piedi, l’altra comodamente seduta.

Sul lato corto della stanza l’uomo con il cappello di paglia. Stile Panama. Pallido, glabro, lucido come se fosse di porcellana. Mi piace ricordarlo con una camicia hawaiana e quei pantaloni leggeri da trekking che si possono accorciare e farli diventare di lunghezze diverse. Sandali comodi. A parte la stampella ed una garza intorno al gomito, come per coprire una ferita, sembrava una persona serena.

Ultima era ancora meno interessata all’ambiente che la coppia anonima. Già, perché lei era alle prese con il suo cellulare dalla custodia rosa, di quelle fatte a libro che chiudono e proteggono il bene prezioso. Reperto cellulare numero 2.

Poi ci sono io, quello spaesato che non sa cosa fare. Arrivato dall’ufficio pensando di essere uno dei pochi ed invece ritrovarsi in attesa con una squadra di probabili pensionati a cui però piace usare il tempo come se lavorassero. Nonostante il divieto di usare il telefono inizio a leggere un po’ del mio libro, al ritmo attuale di tre pagine al giorno lo finirò in 6 mesi, meglio portarsi avanti di qualche riga. Mi stufo in fretta e chiudo, più per noia che per rispetto altrui. Mi fiondo sulle riviste. Poche. Super EVA, Chi, Trucco Facile e Donna Moderna. Vedo che la cultura la fa da padrone da queste parti, poi son tutte riviste femminili, ne sfoglio in fretta due e smetto. Che noia, è già passata mezz’ora.

Ogni tanto entra un ospite, ha l’appuntamento dall’urologo che però deve ancora arrivare. Si mette a parlare con l’uomo con il cappello di paglia. Penso si conoscano da almeno quarant’anni e parlano un po’ di lavoro e di quand’erano giovani. Tutto rigorosamente in piemontese. Bene, così ripasso visto che ultimamente la pratica scarseggia. Al momento di congedarsi non si fa mancare il “Ti ricordi di Gino? Gli è preso un infarto 10 giorni fa e non c’è più.”. Ho sempre trovato curioso questo fare delle persone anziane che quasi per scaramanzia parlano degli amici caduti proprio al momento di salutarsi. L’uomo cappello non mi è sembrato gradire. Almeno l’ospite era divertente e raccontava i suoi aneddoti all’amico. Fu fermato dai carabinieri ed alla verifica della patente gli fecero notare che la foto era di lui da giovane “Beh, sì, avrò avuto 18 anni.” rispose scherzando. Peccato che la moglie avesse sostituito la sua foto con un ritaglio di Michael Jackson e lui non se ne fosse accorto.

Con molta lentezza, la seconda coppia va in visita dal nostro medico.

Persone vanno e vengono, arriva un uomo, grande e grosso, con se un casco tutto nero. Non fa in tempo a sedersi che gli suona il telefono, sfoderando una suoneria che poteva sentirla anche tenendo il casco in test. Io faccio una salto da campioni sulla sedia. “Scusate”, dice mesto, ma tanto poi risponde e resta in sala. Almeno per un po’. Reperto cellulare numero 3.

Arriva anche lo sportivo. Sportivo maturo direi, molto. Polo rosa sgargiante con il colletto inamidato e tirato su, bermuda sportivi ed occhiali top gun. Un settantenne brillante accompagnato dalla sua borsa di Dechatlon. Sarà andato a giocare a tennis o beach volley, penso io. No, dalla borsa in realtà spuntano solamente bustoni di carta, di quelli che si usano per conservare i referti medici e le radiografie. Sportivamente malconcio direi.

Uno dopo l’altro lasciano tutti la sala d’attesa, io non sono neanche più l’ultimo in attesa. Tutti a colloquio con il dottore e poi via, a preparare la cena o ad una sagra di paese, sono tutte adesso.

Finalmente tocca a me. Sono passate quasi due ore e non ho ancora pensato a come esporgli il mio problema. Improvviserò!

Salite e discese

Quando vai in bici molti pensano che la salita sia la parte più difficile (forse quelli che non ci hanno mai provato), invece tu ci prendi gusto. La salita è la sfida con te stesso e sai che alla fine ci sarà sempre una doppia ricompensa.

La prima è la discesa, ti farà dimenticare della fatica fatta e ti farà godere del vento addosso e dell’adrenalina della velocità.

La seconda, la più importante, è la soddisfazione di aver vinto un’altra sfida con te stesso, una sfida da cui non sei scappato e che ti dà coraggio per affrontare la prossima.

Ecco, la mia vita adesso è come andare in bici in pianura, facile ma non troppo e senza ricompense.